|
 |
Cesare
Polemondo Chiaia
(ARTICOLO DI FEDERIGO SEVERINI TRATTO DA "LA BASILICATA NEL
MONDO" - 1924/1927)
L'ARTICOLO E' STATO MESSO A
DISPOSIZIONE DELLA PRO-LOCO DI RUVO DEL MONTE DA NUNZIO
CEFOLA , RESIDENTE IN CANADA , CUI VA IL NOSTRO
RINGRAZIAMENTO . |
La
ristampa delle arringhe di Enrico Ferri, in cui, tra le altre
orazioni aggiunte, vi è la difesa delle parti civili nel processo
del disastro ferroviario di Grassano, avvenuto oltre trenta anni fa,
mi ha risvegliato il ricordo di una figura nobilissima e originale
di magistrato, Cesare Polemondo Chiaia, nato nella nostra Ruvo del
Monte, piccolo ed alpestre paese del Circondano di Melfi, che ha
dato alla Magistratura ed al Foro uomini di alto valore, fra i quali
i Blasucci e i Caturani.
Erano quelli tempi non felici per la magistratura. Stipendi di
fame, non assicurata la indipendenza dalle corruttele politiche;
sopravviveva il rigurgito di elementi venuti dopo la Rivoluzione del
1860, veri o falsi patrioti, presi da ogni professione o mestiere,
per esempio, anche tra i farmacisti; uno stato di cose, insomma, che
fece esclamare al Ministro Ellena la frase famosa che la
magistratura rendeva servizi e non sentenze, e l’Antonino declamava
alla Camera la minaccia di Iebova al popolo di Israele:
Tibi dabo judicem insipientem
In quello stato di cose, emergevano magistrati insigni, figure
morali elettissime, cultori di diritto che si erano fatti largo
nella scienza e tipi di intransigente probità.
Fra questi andava annoverato il Chiaia. Era uomo di molta
cultura giuridica in materia civile, e pubblicò nel 1902 una acuta e
dottissima monografia sulla distinzione tra l’avente causa e il
terzo rimpetto all’articolo 1327 del Codice Civile. Di altre sue
pubblicazioni non ho potuto aver notizia precisa, malgrado
l’interessamento del Com. Pietro Cudone.
Ma quel che più spiccava in lui era una certa impetuosità
morale. Non soffriva il sopruso; lo faceva montare in bestia il più
lontano sospetto di sottili influenze nella giustizia. Si
infischiava, se occorresse, della legge, se i fatti portavano alla
repugnanza morale. Un magistrato quasi nuovo per quei tempi, che
attingeva dalla vita e dalla realtà la norma del giudicare.
Il processo del disastro di Grassano era circondato da
prevenzioni e dalla ansia dei numerosi danneggiati e loro famiglie
(ben trenta fra morti e feriti). La Società allora esercente era
rappresentata da un direttore generale, fratello di un altissimo
magistrato della Corte di Appello di Napoli, uomo, quest’ultimo, di
eccezionale probità, ma, si intende bene, generalmente si pensava
che i magistrati del Tribunale di Potenza, presieduto allora dal
Chiaia, avrebbero mangiato la foglia. Il Chiaia fu severissimo,
invece, verso gl’imputati del disastro e la Società chiamata come
responsabile civile, e, nella sentenza, il Tribunale concesse
considerevoli liberanze alle parti lese, nel fine di evitare lo
stento di futuri e numerosi giudizi di liquidazione. La Società
ottenne, il che fu forte, che l'appello venisse discusso in una
Corte dell'Italia centrale, e, come era facile prevedere, gli
imputati vennero assolti...
A questo modo ombroso di concepire la giustizia, il Chiaia
univa una impulsività forse eccessiva ma bella e inebriante come il
vino.
Era venuto in magistratura da una famiglia dal chiaro nome ma
di scarsa fortuna, ed era Pretore in una delle Preture della
Provincia, quando un giorno gli si presentò una donna tutta
scarmigliata e piangente, madre di molta prole, convenuta da uno dei
più famosi usurai del luogo pel pagamento di una cambiale rilasciata
dal defunto consorte di lei. La povera donna narrò i particolari
minuti delle vessazioni subite e dei vari stentati pagamenti fino al
saldo della cambiale, che l'usuraio, con vane scuse, non aveva più
restituito, e che profittava della morte del debitore per incalzare
la vedova a novello pagamento.
Il Chiaia consigliò le donna a deferire immediato giuramento
al creditore. E costui giurò tranquillamente di non aver ricevuto un
centesimo.
Allora il giudice, alto e ossuto, chiama a sè l’usuraio. Cava
dal portafogli le duecento lire di capitale, che forse erano tutto
lo stipendio. Pagatevi! L’altro tentenna ma finisce per intascare il
denaro. Allora il Chiaia lo ghermisce pel colletto, e giù un
ceffone: questo per gl’interessi, e giù un altro ceffone: questo per
le spese! Esce infuriato dalla ruota e accompagna a calci il
malcapitato strozzino fino alla piazza.
Che scandalo sublime! Che pedate evangeliche! Si narrava di
lui un altro singolare episodio. Era presidente delle Assise in una
delle Corti straordinarie della Provincia. Quattro imputati di
assassinio, incalzati da prove schiaccianti, vengono assoluti fra lo
stupore generale e i mormorii ostili del pubblico. Alla lettura del
verdetto, il Chiaia si leva, fremente, e, rivolto agli imputati,
esclama: “Io dovrei, mascalzoni, ordinare la vostra liberazione, ma
non sarà Cesare Polemondo Chiaia quegli che sanzionerà il verdetto
di quei dodici imbecilli,, (allora erano 12, ora son 10) e ordinò
che gli assoluti continuassero a rimanere in carcere.
Fu un finimondo. Il Chiaia sembra che subisse un provvedimento
disciplinare e bisognò escogitare la procedura per rimediare a quel
cosiddetto sopruso presidenziale.
Chi pensi che le vecchie concezioni convenzionali hanno posto,
a guardia del Tempio, la Impassibilità, per cui né la repugnanza
verso la canaglia, né il dolore e il pianto dei miseri devono
riverberarsi sul volto dei giudici, e la Giustizia, dall’altro lato,
con gli occhi bendati, queste figure di magistrati, che soverchiano
impetuosamente le architetture formali, stecchite, insipide, e
diventano la passione per la giustizia, devono essere ricordate e
venerate come sante se nulla vi è di alto e di possente nella vita,
che possa compiersi senza profonda passione.
Ora fortunatamente i tempi sono mutati almeno in gran parte.
Il soffio della guerra vivificatore degli spiriti e delle idealità
ha dato il colpo mortale a quelle figure di legno, che già erano
trasmortite sulla scena comica di Offembach e di Scarpetta e nei
racconti ironici di Anatole France. Gli uomini di legge (avvocati e
magistrati) non recitano più l'imbelle motto cedant arma logae, ma
ricordano, con orgoglio, che nella voragine degli olocausti cruenti
il 42 % del loro numero fu morto o ferito; e a capo di essi quel
Giacomo Venezian che, dopo aver dato alla scienza il suo forte
pensiero, non più giovane, volontario dette alla patria il cuore e
la vita.
Naturalmente, Cesare Polemondo Chiaia non fece voli altissimi
nella carriera. Finì Consigliere della Cassazione di Napoli. Con
quel temperamento, era infatti da temere che, in uno scatto, avrebbe
lanciato il tocco gallonato o addirittura la mazza dorata sulla
faccia di qualcuno.
Del rimanente, uomo affabile e mite e arguto conversatore,
conservava, a differenza di tanti piemontesi di Basilicata,
l'accento del nativo e caro suo paesello montano.
Roberto Di Napoli
Torna a personaggi
|