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Storia
di un paese millenario
Pagina realizzata dal Parroco Don
Gerardo Gugliotta.
Situato
a mt 630 di altitudine sul livello del mare, all’estremo lembo
settentrionale della Basilicata, ai confini segnati dal fiume Ofanto con
l’Irpinia, Ruvo del Monte si colloca tra la zona vulcanica del Vulture e
i dorsali dell’appennino lucano.
Centro
agricolo con attività artigianali e commerciali, il suo territorio occupa
una superficie di 32,19 km quadrati, su cui vivono, oggi, solo 1.245
abitanti.
Il
centro abitato si snoda per quasi un chilometro lungo la strada
provinciale “Campana n° 2”, ed il sito, che esso occupa, fa da facile
valico fra la valle del torrente Bradano verso l’interno della
Basilicata e quella del torrente Liento verso l’alta e media valle
dell’Ofanto.
Ruvo
ha costituito, per questo versante, uno dei punti nodali nel sistema di
comunicazione fra l’interno della Basilicata e la Campania, giacchè
l’unico tracciato di strada nei tempi passati era Atella-Ruvo-Ofanto.
Aperta
ormai definitivamente al traffico la strada a scorrimento veloce, per il
collegamento fra la zona industriale di Vitalba e l’Ofantina (SS 401),
attraversa il territorio di Ruvo del Monte lungo le valli dei torrenti
Bradano e Liento.
A
nord-est del centro abitato si trova un complesso boschivo con prevalenza
ad alto fusto: il bosco di “Bucito”.
Aree
a bosco ceduo si trovano a nord/nord-ovest in località toppo Barone,
toppo Pescione e Cerrutolo, dove si trovano i ruderi dell’antica Grancia
benedettina di “San Tommaso di Cerrutolo”, fiorita tra il secolo XII e
il XIV, centro di un omonimo casale abbandonato alla fine dell’epoca
angioina.
L’attuale
centro abitato ha uno sviluppo edilizio che si allunga circa 1500 mt.. La
parte pianeggiante (Basso-Ruvo) e l’altra che sale dalla Chiesa Madre
fino al Castello (Capo-Ruvo) si uniscono nel luogo denominato da tempi
immemorabili “Urm’”.
Visitata
l’antica chiesa di Sant’Anna, dove, nel 1783, furono accolte le
reliquie di S. Donato martire, in attesa di essere sistemate nella Chiesa
Madre; fatta una sosta dinanzi al monumento ai Caduti, in piazza Ungheria,
“discreta opera in marmo dello scultore Ciocchetti di Roma” del 1924,
si lascia alle spalle la fontana a zampillo e si imbocca il corso Italia.
Iniziando
a salire verso la parte alta del paese si incontra la Chiesa Madre
dell’Assunta, eretta sull’antico poggio dell’ “Urm”, un rilievo
che oggi viene a trovarsi tutto inserito nell’abitato.
Pur
non rigettando del tutto la tradizione orale circa un olmo, che una volta
avrebbe dominato e coperto con la sua ombra parte dello spazio suddetto,
è da prendere in considerazione l’ipotesi della provenienza del termine
“Urm” da quello Greco-Bizantino “Ulema” (luogo di arbusti), o da
“Ulimos” o “Ulimon” (luogo verdeggiante e frondoso), un luogo di
bosco, proprio come era una volta questa piccola altura posta vicino ad
una antica via di transito che dal passo di Ruvo portava verso il pianoro
più alto.
Non
è del tutto da escludere che la Chiesa, dall’antico titolo orientale di
S. Maria Assunta, fosse stata eretta dal consistente nucleo Bizantino,
presente nel luogo negli ultimi secoli del primo millennio, e poi
utilizzata come Chiesa Madre del gruppo misto dell’abitato, a partire
dalla seconda metà del Trecento, dopo la distruzione dell’agglomerato
medioevale, sorto intorno alla primitiva chiesa S. Tommaso.
Salendo
ancora verso l’alto si incontra, a circa metà percorso, l’antico
palazzo quattrocentesco della famiglia Cudone di sicura origine Bizantina
(i “Cudoni” erano ufficiali dell’esercito greco del tempo).
Di
fronte a questo palazzo vi è un piccolo largo fra le case (oggi piazza De
Pretis), che fu l’antica “Piazza” di Ruvo a partire dal
Quattrocento, a poca distanza dalla quale fu eretta la chiesa di S.
Giuseppe sul finire del Seicento.
Più
in alto, proseguendo, nella zona storica più antica, si arriva al
Castello Angioino – Aragonese dei Gesualdo.
Qui
si possono ammirare ancora il ponte in muratura con la riedificata scala
di accesso, il cortile e la torre annessa, circondata ancora da ciò che
resta delle mura, visibili, a tratti, anche più in basso, dove ancora il
luogo conserva il nome di “Murati”.
Si
raggiunge poi l’alto piano delle alture storiche e protostoriche di Ruvo,
dove silenziosi restano, oggi, i ruderi del Monastero di S. Tommaso del
Piano, ribattezzato “ Convento S. Antonio” nell’Ottocento, per un
cambio di guardia dei frati francescani.
Vicino
a questi ruderi si possono scorgere, ancora oggi, quelli più antichi
delle fabbriche precedenti, i quali ci riportano molto indietro nel tempo,
fino alla primitiva chiesa S. Tommaso, intorno alla quale,in epoca
normanna, si raccolse il Casale “Sancti Thome de Rubo” o “de Rubeo”.
Ed
era inevitabile che sorgessero qui questi edifici sacri, su questa alta
dorsale pianeggiante, che fu nei secoli il “Plano de Rubo” (piano di
Ruvo): una lunga distesa su antichissime alture, dove lo sguardo può
correre da Lagopesole a Conza, dall’oriente apulo - lucano fino al più
interno occidente, e che oggi è e rimane tutta un’area archeologica
senza disegno e senza protezione: un luogo ancora da esplorare, dove,
oltre a tombe del VII-IV secolo a.C., sono stati rinvenuti pezzi che
lasciano chiaramente supporre anche più lontane frequentazioni legate al
grandioso fenomeno della transumanza con numerosissime tracce del
neolitico.
Il
toponimo “Ruo”, “Rubo” prima e “Ruvo” poi, è derivato, con la
caduta e la trasformazione delle consonanti “f” e “fr”,
dall’antica “Rufae” o “Rufrae” sannita, distrutta da Annibale
dopo la battaglia di Canne del 216 a.C..
Il
paese si chiamò “Ruvo” fino al Regio Decreto del 22 gennaio 1863 n°
1140; poi ha tratto la specificazione di “del Monte” dall’essere
posto su di uno sperone della montagna che lo sovrasta, per distinguerlo
da Ruvo di Puglia.
Gli
indizi delle fonti letterarie e l’ininterrotta tradizione orale circa
gli insediamenti di popolazioni antiche nella località di Ruvo del Monte
impongono, oggi , il confronto con il dato archeologico.
Dal
1977 Ruvo del Monte è annoverato fra i numerosi siti arcaici conosciuti
nell’area del Vulture-Melfese, a seguito degli scavi da parte della
Soprintendenza Archeologica della Basilicata.
Le
vicende del territorio sono collegate con quelle dell’Italia antica,
giacchè le popolazioni indigene del VII-V secolo a.C. insediate a Ruvo
del Monte, non erano chiuse nella loro pratica abituale dell’agricoltura
e della pastorizia, ma trattavano e mercanteggiavano con i Greci delle
colonie ioniche, gli Etruschi della Campania e le genti della Daunia e
della Peucezia.
Con
i vari interventi, dal 1977 al 1989, è stato raggiunto l’elevato numero
di 160 tombe scavate con i relativi corredi funerari, alquanto ricchi di
numerosi pezzi importati, quali il candelabro di bronzo di provenienza
etrusca e vario materiale in ceramica.
I
corredi funerari degli scavi si trovano presso il Museo Archeologico
Nazionale del Melfese nel castello federiciano di Melfi; l’antiquarium
di Ruvo del Monte, aperto nell’anno 2000, accoglie la “collezione
Gugliotta” ed i reperti esposti rappresentano una campionatura
significativa dei rinvenimenti effettuati nella necropoli.
Il
sito di Ruvo del Monte, fra l’avanzato V secolo a.C. e la prima metà
del IV secolo a.C., è inserito nella comune vicenda storica dei siti
indigeni del Melfese e del Potentino (Basilicata centro-settentrionale):
va declinando il mondo arcaico sotto la pressione dei movimenti delle
genti italiche di ceppo Osco-Sabellico, che cominciano a migrare: i
Sanniti si attestano a nord e gli Irpini e i Lucani a sud, fra i monti,
dove trovano le antiche genti Enotrie, variamente permeate di grecità,
fra le quali quelle di Ruvo del Monte.
Al
pari degli altri siti subisce radicali trasformazioni rilevabili nel
costume funerario e nel brusco interrompersi dell’utilizzo delle
necropoli e nel saccheggio di cui sono state fatte oggetto non molto tempo
dopo.
Non
si ha, comunque, l’abbandono del sito ma una trasformazione ed uno
spostamento sulla stessa collina.
Stanno
per ora a dimostrarlo la ceramica a vernice nera con stampiglio di tipo
campano e l’area abitata della seconda metà del IV secolo a.C.,
direttamente sovrapposta alla prima necropoli.
Gli
Irpini e i Lucani, pastori, agricoltori e guerrieri, laboriosi ma
terribili contro i nemici, con forti sentimenti religiosi, nel IV secolo
a.C. vengono a stanziarsi nella zona di Ruvo del Monte, arricchendo il
costume con le loro semplici e frugali abitudini, ereditate dai loro
antenati.
Grazie
alla vasta documentazione archeologica, è possibile studiare la specifica
funzione assolta da Ruvo del Monte, nel periodo arcaico, come via interna
di transito del commercio e come località interna di produzione della
terracotta e della ceramica con proprie fabbriche e relativo mercato.
La
frequentazione del territorio di Ruvo nei secoli successivi è confermata
dalla diffusa presenza di numerose tegole tombali e cocci di ceramica in
varie località.
L’antico
cippo funerario di tarda epoca imperiale, con impressa una dedica in
latino, testimonia la presenza della famiglia Flavia nel territorio di
Ruvo; la sigla B.M. (Bene Merenti o Bonae Memoriae), a chiusura
dell’epigrafe, allude alla meritorietà della vita e alla buona memoria
dei defunti presso i cristiani, già presenti in loco.
Dell’antichità
di Ruvo si ha menzione nei classici latini e molti eruditi ne hanno
scritto; emerge, fra gli altri, il Cluverio, studioso delle antichità
d’Italia, che, nella sua opera del 1624, identificò l’antica città
sannitica denominata “Rufrium” in Tito Livio, “Rufra” in Virgilio
e “Rufrae” in Silio Italico, con l’attuale sito di Ruvo del Monte,
ritenuto dallo stesso scrittore città vescovile.
Per
la sua posizione di transito, Ruvo non scomparve mai del tutto; nel primo
millennio, verosimilmente al tempo della presenza dei Bizantini e dei
Longobardi nella zona, fu anche centro episcopale, come si evince anche da
antiche carte geografiche dell’Italia meridionale e da arazzi custoditi
nei Musei Vaticani, in cui i paesi con sede episcopale, attuale o antica,
sono riprodotti con una crocetta accanto al nome della località: tra
questi centri, così segnati, vi è anche Ruvo.
Molte
sono a Ruvo le testimonianze materiali e linguistiche del lungo dominio di
Roma fino all’estrema decadenza dell’impero.
La
terra di Ruvo subì, certamente, le gravi conseguenze della lunga guerra
greco-gotica (535-553), divenendo in seguito possedimento del Gastaldato e
della Contea di Conza e terra di allevamento di cavalli, in particolare
nella località “Maurelle”.
Le
feroci lotte interne scoppiate tra i signori longobardi di Benevento, di
Conza e di Acerenza non risparmiarono, poi, il territorio di Ruvo.
Al
fine di far fronte a tutte queste drammatiche evenienze, fu eretto, fra
gli altri, il castello di Ruvo: quello che fece allora di questo antico
sito una valida roccaforte longobarda della Contea di Conza contro
Musulmani e Bizantini.
Con
i normanni Ruvo tornò a costituirsi come abitato intorno alla primitiva
chiesa benedettina di S. Tommaso denominato “Casalis Sancti Thome de
Rubo”, ricadente poi nell’area religiosa del Goleto (oggi nel
territorio di S. Angelo dei Lombardi), fondato dal Santo eremita Gugliemo
da Vercelli.
Collegato
al Goleto fu anche il centro benedettino di S. Tommaso di Cerrutolo “De
Plano Rubi”, il cui territorio, nel 1223, fu donato alla Chiesa di S.
Maria di Pierno da parte del Conte di Conza, Raone, che esercitava
giurisdizione sul territorio di Ruvo.
Frattanto
da parte di Carlo I D’Angiò (1266-1285) fu impartito l’obbligo della
manutenzione del Castello di San Fele anche ai ruvesi “Casalis Sancti
Thome de Rubo”.
Furono,
quasi certamente, le orde degli Ungheri a distruggere l’abitato
medioevale di Ruvo nel 1348 quando Re Luigi era venuto nel meridione
d’Italia per vendicare la morte del fratello Andrea, provocata con
subdole arti e con trame ordite a corte dalla Regina Giovanna I di Napoli.
Sotto
la giurisdizione del Conte di Conza Ruvo fu feudo delle famiglie Del Balzo
e Gesualdo.
Distrutto
nel 1435 dal capitano di Ventura Antonio Caldora, assoldato dagli
Aragonesi contro i D’Angiò, Ruvo fu ricostruito dai Gesualdo.
Nel
1652 fu venduto al duca di Bisaccia, Ettore Pignatelli, infine passò ai
Caraccioli di Torella e rimase a questa famiglia fino alla legge eversiva
della feudalità nel regno di Napoli (2 agosto 1806), con cui venivano
abolite le giurisdizioni e i proventi baronali ed espropriate le terre
ecclesiastiche.
Nel
corso del Cinquecento vennero ad insediarsi a Ruvo i Francescani sullo
stesso sito dell’antica chiesa di S. Tommaso del Piano, chiamando il
loro monastero con lo stesso nome.
Allora
lasciti e donazioni da parte di fedeli possidenti fecero si che gran parte
della proprietà del sito si concentrasse intorno ai due principali poli
ecclesiastici del tempo: Chiesa ricettizia e monastero.
Alle
prime lotte e tensioni interne di ordine religioso di questo antico nucleo
abitativo seguirono quelle più lunghe e appassionate contro le Università
limitrofe per la difficile costituzione del suo territorio e per la
definizione dei suoi attuali confini.
A
partire dagli inizi del secondo millennio d.C., il primo grande elemento
disgregatore dell’antica “Terra Rubea” fu rappresentato dalla
presenza nuova nel suo territorio del Castello di San Fele, fortezza
voluta da Ottone I di Sassonia nell’anno 969 d.C..
E
per questo fu dato avvio fin dall’anno 1512 ad una annosa lite contro la
stessa Università (oggi Comune) di San Fele per “essere stata questa
edificata nel territorio di essa città di Ruvo, antichissima……”.
Sul
finire del Settecento Ruvo ebbe morti a Bucito per la feroce contesa di
quell’area con la vicina Atella; nel corso del secolo successivo folti
gruppi di ruvesi si coinvolsero più di una volta nelle esasperate lotte
di quel tempo che portarono a devastazioni ed incendi nei territori di
Bella ed Atella e tra i beni del Principe di Torella, signore locale
dell’epoca, in reazione alle mille remore opposte allora da nobili,
borghesi e governo borbonico all’applicazione della legge 6 agosto 1806
di eversione della feudalità.
Nel
1861, poi, Ruvo subì il tragico assalto di Crocco e dei più feroci della
sua banda, con crudeli eccidi e massacri soprattutto tra nobili e borghesi
e tra quelli che essi ritenevano i loro nemici da distruggere.
Il
totale incendio dell’intero Archivio Comunale, nel corso della
rappresaglia, rende oggi sempre assai difficile ed incerta la
ricostruzione almeno della parte essenziale della storia di Ruvo.
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