|
Nostalgia di Profeti
L’Antico Testamento era tempo di profeti,
e Israele la loro terra. La storia di questo popolo è sempre stata ricca
di elementi profetici, di qualcuno che parlava "in nome di Dio", che per
conto di lui "proferiva parole": di saggezza, di condanna, di denuncia,
di stimolo e di misericordia.
E stando al brano del Deuteronomio, la profezia nasce in Israele da
un'esigenza del popolo: ovvero, dalla necessità di avere qualcuno che
facesse da intermediario tra Dio e il popolo stesso. Siamo nel contesto
dell'Esodo, dell'uscita dalla schiavitù d'Egitto, contesto nel quale il
popolo d'Israele si sta abituando a comunicare con Dio in forma
"diretta".
Senz'altro, Mosè è l'intermediario tra Dio e il popolo, perché lui parla
faccia a faccia con Dio come nessun altro in Israele: ma lo stesso
popolo ha l'opportunità di vedere i prodigi di Dio direttamente con i
propri occhi. A partire dalle piaghe d'Egitto fino alle teofanie
(manifestazioni di Dio) del Sinai, passando attraverso il Mar Rosso
diviso in due parti, Israele sperimenta direttamente la grandezza della
potenza di Dio.
E non sempre questo suscita fascino e ammirazione. L'esperienza di Dio è
sempre anche un'esperienza tremenda, terrificante, soprattutto quando si
manifesta in maniera violenta e inattesa. Ecco perché il popolo
d'Israele, viste le continue manifestazioni di Dio, ha paura di esserne
colpito e di morirne, e chiede a Dio attraverso Mosè di avere un
"profeta", ovvero qualcuno che manifesta loro Dio ma al tempo stesso li
salva dalla sua ira.
E Dio mantiene la promessa: darà loro un profeta, a patto che questo
profeta sia sempre onesto e parli sempre in nome di Dio, e non a nome
suo personale. Ovvero, il profeta non dovrà approfittare della funzione
affidatagli da Dio con la presunzione di comunicare al popolo parole
sue, pena, addirittura, la sua morte.
Sì, perché il profeta è colui che parla le parole di Dio, non le sue. Il
profeta è colui che annuncia una salvezza che non è la sua, una
giustizia che non è la sua, una vittoria che non è la sua. Sembrerebbe
una persona debole, uno che conta poco: in realtà, la sua potenza è
quella di colui che viene a compiere opere grandi e a dire parole forti
in nome di un altro. Scaccerà anche i demoni, tanto è forte: ma sarà
sempre in nome di Dio. Se prova ad approfittare di questo, con Dio ha
chiuso.
Abbiamo nostalgia, oggi, di profeti. La società, il mondo, la cultura,
la religione, la Chiesa, hanno nostalgia di profeti. Anche la nostra
terra, teatro di lotte e movimenti animati da spirito di giustizia e
sete di verità, oggi sembra aver perso la profezia.
Un qualunquismo imperante si è impadronito di noi al punto che non
abbiamo più voglia di gridare, di annunciare, di enunciare, di
denunciare, di dire la verità di fronte alle ingiustizie, di parlare
chiaro laddove nessuno parla chiaro. Tant'è, nulla cambia: chi ha i
soldi ha sempre comandato, comanda, e sempre comanderà. E allora
rimaniamo assuefatti a questo modo di essere, di vivere e di fare, e non
ci importa più nulla di parlare chiaro.
Ma il Cristo del vangelo di Marco non ci sta. Il profeta potente in
parole ed opere, Gesù di Nazareth, ha ancora la forza di dire "Taci"
alla voce dell'ingiustizia; ha ancora il potere di ordinare "esci da
costui" alla violenza che alberga nel cuore dell'uomo; ha ancora il
desiderio di mostrarci che un mondo diverso è possibile.
Sì, abbiamo nostalgia di uomini forti e profetici che dicano chiare le
cose di Dio. Ce ne sono pochi, quasi sono scomparsi, in questo mondo
appiattito di fronte all'ingiustizia: ma noi continueremo a sperare, e
ad invocare, come il popolo con Mosè, che Dio ci mandi qualcuno che
parli a lui in nostro favore e che ponga la parola "fine" a un mondo
fatto di immobile, statico e dannoso conformismo con il nulla che lo
circonda.
Dio dei profeti, se ci sei ancora, infiammaci con il fuoco della tua
verità. E che la terra bruci non per l'ira del tuo sguardo, ma per la
fiamma ardente della tua parola di giustizia.
TORNA ALLA CHIESA
TORNA A HOME PAGE
|